Birra e taccuini
Scritto da Gigi Monello
Un professore di filosofia era in piedi davanti alla sua classe, prima della lezione, ed aveva davanti a sé alcuni oggetti. Quando la lezione cominciò, senza profferire parola, il professore prese un grosso vaso per la maionese, vuoto, e lo riempì con delle rocce di 5-6 cm di diametro. Quindi egli chiese agli studenti se il vaso fosse pieno, ed essi annuirono. Allora il professore prese una scatola di sassolini e la versò nel vaso, scuotendolo appena. I sassolini ovviamente rotolarono negli spazi vuoti, fra le rocce. Il professore quindi chiese ancora se il vaso fosse pieno, ed essi furono d'accordo. Gli studenti cominciarono a ridere quando il professore prese una scatola di sabbia e la versò nel vaso. La sabbia riempì ogni spazio vuoto.
"Ora" - disse il professore - "voglio che voi riconosciate che questa è la vostra vita. Le rocce sono le cose importanti: la famiglia, il partner, la salute, i figli, gli amici; anche se ogni altra cosa dovesse mancare, e solo queste rimanere, la vostra vita sarebbe comunque piena. I sassolini sono le altre cose che contano, come il lavoro, la casa, l'auto. La sabbia rappresenta qualsiasi altra cosa, le piccole cose. Se voi riempite il vaso prima con la sabbia, non ci sarà più spazio per rocce e sassolini. Lo stesso è per la vostra vita. Abbiate cura delle rocce innanzitutto, le cose che realmente contano. Stabilite le vostre priorità. Il resto è solo sabbia.
Dopo queste parole, uno studente si alzò, prese il vaso che tutti consideravano pieno e cominciò a versarvi dentro una lattina di birra. Ovviamente la birra si infilò nei rimanenti spazi vuoti, e riempì veramente il vaso.
La morale di questa storia è la seguente: "Non importa quanto è piena la vostra vita; c'è sempre spazio per una birra!".
Pieno e Vuoto! Secolare disputa; crampo cerebrale; inesauribile battaglia di idee. Qui di seguito, la vicenda di una vittima; quello che, scimmiottando Freud, chiameremo "l'Uomo dei Taccuini", un tale che, sedotto dal principio di pienezza (o, se più vi piace, angosciato dal vuoto), mal calcolando gli effetti delle sue strampalate azioni, lasciò anzitempo questo mondo schiacciato sotto il peso dei ricordi.
Un tizio ossessionato dalla pazza idea di ricordarsi tutto, iniziò, in età di anni 51, ad annotare qualsiasi cosa gli tornasse in mente della sua vita passata, dal dettaglio più insulso all'evento più notevole, prendendo così l'abitudine di girare sempre e perennemente armato di penna e taccuino. Stretti in mano, beninteso. Ci sono ricordi che ti fregano mentre ti rovisti una tasca.
Nel giro di 4 anni, l'uomo (che non aveva molto altro da fare, visto che sua moglie era fuggita con l'inserviente di un Luna Park) riempì il salottino di casa - già stipato di libri e cartacce - di 1623 taccuini da 100 pagine ciascuno, tutti perfettamente ordinati in belle file simmetriche.
Sennonché il dispositivo così formatosi, era talmente vasto che, nel timore di perdervisi, egli cominciò a stendere indici analitici del materiale registrato, finendo per riempire 46 taccuini, che erano, possiamo dire, semplicemente "di servizio" per gli altri; ciò gli costò ben 14 mesi della sua vita. Tornò quindi al lavoro principale, e nel giro dei successivi 6 anni riempì altri 2167 taccuini, riportando nel frattempo negli indici (che intanto erano arrivati ad impegnare in tutto 155 taccuini) scrupolosa notizia di tutte le "concordanze". Convintosi, però, che gli indici stessero sottraendo troppo tempo all'opera prima, li abbandonò; e nei successivi 3 anni, con ritmo forsennato, senza quasi più uscire di casa, riuscì a compilare altri 4002 taccuini; dimodoché in 14 anni ebbe prodotto in tutto 7947 pezzi da 100 pagine, per un totale complessivo di 794700 pagine.
Vedendo il suo modo gufesco di vivere, la gente del quartiere prese a mormorare; e a ridere, anche; e tre bigotte maestre elementari in pensione, perfide e pettegolissime, cominciarono a lanciargli occhiatine beffarde.
Indifferente e felice, il memorialista sedeva un giorno tra indici e taccuini, scorrendoli con lo sguardo come fossero il più prezioso dei beni. Ne fissò uno a caso, poi un altro e un altro ancora; ma più guardava e più una smania sottile gli montava dentro. Di botto capì: era talmente grande il duplicato cartaceo che gli era cresciuto in casa, che, in fondo, non era poi tanta la differenza tra cercare nella memoria o farlo nella carta; e non così diversa la probabilità che un dettaglio riapparisse.
Ma ciò non bastò a distoglierlo dalla sua pazzia e - dimentico della sua stessa obiezione - egli tornò imperterrito al suo vizio; e, visto che ricordare la sola vita da sveglio, gli pareva troppo misera cosa, dedicò i successivi 2 anni a tentare la tremenda impresa di annotare tutti i ricordi dei sogni già stati: in questo modo riempì di materiali volubili e nebbiosi, altri 655 dei suoi diabolici taccuini, che, insieme ai precedenti, valsero a saturare totalmente di carta il salottino. Sempre più posseduto da quella mania, lo sventurato cessò di uscire del tutto, cibandosi solo di pane e latte che un sordido vicino di casa (uno che in vita sua nulla aveva scritto se non, da militare, il suo nome sopra i monumenti) gli passava da uno spiraglio della porta; inventandosi - per giunta - inesistenti aumenti dei prezzi.
L'ipermnestico - che, immaginando un lungo campare, si era intanto provvisto di ben 5000 taccuini nuovi - aveva però fatto i conti senza gli scricchiolanti solai della sua palazzina, che improvvisamente, una notte, cedettero di schianto sotto il peso di quella enormità, trascinando all'altro mondo, con lui, anche tre sani ed ignari Albanesi che al piano di sotto festeggiavano il rinnovo del permesso di soggiorno, bevendo una birra.
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