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L'importanza di scendere ad Acireale

Per un attimo ho pensato, "proseguo per Catania". Il treno mi ha sbarcato in una stazione grande, moderna; ma quasi in disarmo. Decisamente troppo spazio per quello che vi si fa. Su una porta a vetri c'è la targhetta Deposito bagagli. Breve illusione. acireale1Un'annoiata impiegata interrompe la chiacchierata col collega e mi dice, "Non esiste". Già, non esiste... Ed esiste che io me la faccia a piedi, trascinandomi una valigia (senza rotelle), sino al centro di questa città che vedo alquanto lontana, qui sulla destra? Attimi di sospensione. Guardo di nuovo il paese: decisamente avevo sottovalutato le distanze. Di nuovo sono tentato di prendere al volo il primo treno. Poi ripenso a questo immenso basamento lavico che degrada verso il mare, e sopra il quale anch'io, ora, invisibile insetto, sto. No, devo proprio vederlo. Non posso più andarmene, ora.
Chiedo: sì, un pullman c'è, fa servizio con il centro, i biglietti si comprano al bar. Entro: è vuoto, con la tv accesa. Bevo qualcosa e mi munisco del necessario. Per fortuna il piazzale è ombreggiato: alberi, oleandri, qualche pino, siepi incolte. Silenzio completo. Ogni tanto un'auto.
Ad un certo punto, irrompe sulla scena un ometto stizzoso, calvo, sulla cinquantina, con in mano un sacco della spazzatura; ha l'impellente bisogno di darci la sua filosofia, "30 anni di matrimonio...tolti 6 mesi - qui fa un gesto eloquente relativo ai più riservati aspetti dello stare insieme -, tutto 'na camurria!" (un fastidio). Un tassista dentro la sua auto fa finta di ridere (per non piangere). Ottenuta approvazione il pensatore si dirige verso un cassonetto. Sorrido.
Dopo un'ora, il sospiratissimo pullman arriva. Il tassista non avrà il mio sangue.
Il paese è disposto sopra un immenso sedimento lavico inclinato verso il mare e dappertutto si vede il basalto grigio con cui, da queste parti, devono averci fatto ogni cosa. Finisco al Grand Hotel Maugeri, al centro, in piazza Garibaldi; 4 stelle, ottanta euro a notte, buona stanza, quasi lusso. Ho fatto un bel pezzo a piedi dentro il paese; chiedendo e perlustrando (valigia alla mano). È la mia maledetta abitudine di non prenotare. Non prenoto mai. Non lo sopporto. Mi pare di non scoprire più nulla, se qualcuno, in anticipo, sa di me e mi prepara un letto. Lo ammetto, è un rituale irrazionale; ma io mi diverto così. Del resto, qualche logica c'è: dopo il primo approccio, potrei anche non volere stare che poche ore. Di qui la vitale importanza dei "depositi bagagli" (ma ne trovo sempre meno).
Dunque sono ad Acireale. Sotto il vulcano. Sogno l'Etna da secoli. Adesso mi accontenterò di questo suo ciclopico piede.
Comincio a girare a casaccio. Strano posto davvero: un incrocio tra borgo agricolo e sontuosa città barocca. Facciate fastose, zeppe di fronzoli, e, subito dopo, abitazioni modestissime ad un piano. Piazza Duomo ha un che di irreale, sembra un fondale di teatro; le mensole dei balconi nobili sono teste di animali mostruosi dalle fauci aperte; le ringhiere, gonfie gallerie di ferro. San Sebastiano, poco più avanti è una impressionante esplosione simmetrica di infiniti dettagli. Un bagliore di pietra bianca che lascia straniti.
Mi spingo verso i quartieri interni; "curiosare non stanca"; si fa tardi; scorgo una trattoria, tavoli all'aperto, "La Taverna"; dato che ieri sera ho chiuso con una povera pizza (l'ennesima), mi pare giunta l'ora di un pranzo completo. Sia reso onore a questo mare pescoso. Spaghetti ai ricci, pesce spada, pomodori, anguria, vino bianco della casa. Tutto eccellente. Bevo (anche troppo); fumo, persino; due sigarette (non sono un fumatore); annoto impressioni sopra un giornale aperto (ottimo sistema per non dare nell'occhio). Penso al rapporto sottile tra viaggi, cibi, sapori, scrittura. Osando, si potrebbe dire che la benigna Natura produce l'uva per darci momenti estatici; e che il vino, per una scimmia dal cervello evoluto, non è solo "uva spremuta" ma incontro predestinato; mistico sussidio. Ammesso se ne indovinino le dosi, ovviamente (non sono un bevitore). E così, per il tabacco.
Quando mi alzo e me ne vado, avverto una lieve incertezza di gambe. Diagnostico "blanda ebbrezza". Aiuta a pensare più chiaro? Chissa? Il caldo è torrido, e il contrasto, all'ingresso in camera, violento. Paradisi rarefatti e innaturali le stanze climatizzate degli alberghi.
Il pezzo forte viene l'indomani. Vado a vedere la mitica "timpa", il bordo del grande terrazzo, dove nel seicento, sopra sentieri antichi, si scavò una nuova strada. "Timpa", in siciliano, significa letteralmente "roccia".
Esco alle 9 e dalla via Romeo scendo dritto verso il mare, che sembra - ma non è -vicinissimo. La fatica di ieri è svanita. Attraverso la statale e piglio i tornanti della Via Scotto, vecchia strada di ciottoli di basalto squadrato. Risale agli Spagnoli e il nome storico è "le chiazzette". Sono tornanti a gomito stretto, che scendono lungo la balconata lavica; un dislivello di un centinaio di metri, forse più. Zaffate di odore di fico selvatico, potente, inebriante; là sotto, qualche ombrellone e voci lontanissime di bambini che sguazzano nell'acqua. Bisogna tendere l'orecchio per sentirli. Se non lo fai, resta solo il solenne silenzio del posto e il ronzare degli insetti. La strada scende veloce. Il luogo ha un che di torvo, grifagno; non riesco a non immaginare chi v'è passato: soldati famelici, pirati, gente di mano. Quante volte l'etica predatoria l'avrà riempito di brutalità? Macchina fosca, un tempo, il Mediterraneo.
Non incontro nessuno. Deserto totale. Giro a sinistra, verso Santa Maria La Scala, il borgo marinaro. Il pesce di ieri, veniva forse da qui. Risalgo sul lato nord della città - scorci superbi - e verso le tre sono in albergo. Bella e spossante camminata. Un sole africano.
La sera, in centro, passeggio e buon vivere. Molti turisti. In piazza, deliziosi bambini fanno le prove per un concorso canoro: intonatissimi. È tardi ma giro ancora a casaccio: salgo verso i quartieri più alti, scopro la Biblioteca Zelantea. Densa, antica, arcigna, turgida, solare Acireale; meritava i due giorni che s'è presa.
Il suo fascino segreto è in questo pericoloso affacciarsi da un lastrico di lave sovrapposte. È nell'incrocio tra precarietà del suo stare e pretesa di eternità dei fronzoli del suo barocco. Tra la minaccia selvaggia di quei basalti scivolati a mare e l'angoscia dell'ordine di queste scenografie. Una partita disperata, eroica, insolubile.
In piazza Vigo il sole picchia senza ritegno. Soggiorno finito. Aspetto il pullman per la stazione. Ne arriva uno, ma sono nel posto sbagliato: ferma dieci metri più avanti. Mi ha ingannato il cartello di un'altra azienda di trasporti. La valigia mi frena. Non faccio a tempo. Chiedo ad un ragazzo del prossimo passaggio,

"Lei è sardo?".
Diamine! Ho appena spiccicato due parole! Se ne è accorto lo stesso.
"Ha colto la cadenza un po' sgraziata del sardo?".
"No, no...è simpatico...".
"Nato a Cagliari, ma da genitori siciliani".
Mi dà impeccabili informazioni.
Pare acchiappi sempre, "l'esotico".
Ci salutiamo.

Nessuna voglia di star lì a fare niente e a subire quel sole. Guardo il mio guscio-casa. La afferro. Prendo la discesa di via Romeo e me ne vado. Due buoni km a piedi - qualche sosta - ed ecco di nuovo la stazione e i suoi alberi.
Mi torna in mente l'ometto stizzoso e la camurria. E d'incanto ricompare. È proprio lui. Saluta disinvolto due ragazzi che vendono frutta. È uscito da una palazzina che costeggia la strada. Cammina sull'altro lato. Ha sempre addosso un che di nervoso.
Sono stanco per il facchinaggio, ma anche contento di essermi dato da fare. Vado via da Acireale con due certezze. È un luogo magico; mi comprerò una valigia con le rotelle.

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