Corpo 18
Scritto da Gigi Monello
.Ahhh...ma l'ultima idea brillante aveva pur fatto a tempo a lasciargliela, l'arma risolutiva, quella che finalmente l'avrebbe consacrato perfetto pittore della sua provincia: Launeddas all' idrogeno, appunto.
"Vedi -usava dire- l'arte è come un sistema chiuso, autoreferenziale...". Oh! Quella parola! Così lunga e difficile, a u t o r e f e r e n z i a l e...che gusto, che suono; aveva iniziato ad usarla molto tempo prima di averne capito il senso; una parola densa, profonda, oscura al punto giusto.
Intendiamoci: non sempre Euforbio parlava difficile. Anzi, talora inclinava persino al popolaresco. Notissima, e passata in leggenda, quella volta che aveva zittito una saccente e ipertricotica Accademica dell'arte, fulminandola con un "ma si vada a fare una ceretta!" E un'altra, che aveva liquidato un malcapitato che lo contraddiceva con un, "ma vada a rubare un motopicco!".
Un giorno, seduto al bar, Euforbio aveva disposto in cerchio un accendino, un tappo di sughero, un bicchiere, una sigaretta, una tazzina e qualcos'altro; poi, con diabolica lentezza, aveva cominciato, "Vedi, questo è l'artista, questo il gallerista, questo il critico, l'assessore, il giornalista...Allora, funziona così: tu inventi una mostra dal titolo bizzarro, il gallerista-amico te la ospita, l'assessore-amico te la inaugura, il critico-amico te la presenta, il giornalista-amico te la recensisce sul quotidiano locale. Il gioco è fatto. Tu leggi, ti gasi, e nove mesi dopo hai già in canna un'altra mostra. E il giro riparte. Non hai venduto neppure un quadro che sia uno?! Fa nulla. Stai in corpo 18 sul giornale. E questo basta."
Si avvicinava la data fatale e Launeddas all'idrogeno era sulla bocca di tutti: si chiacchierava, si domandava, si ipotizzava. Qualcuno - un decrepito giornalista che in gioventù le aveva suonate - gridava alla dissacrazione. Venne infine il gran giorno: il Discepolo di Euforbio si vestì secondo i precetti del maestro - che suggeriva, per queste occasioni, una "eleganza sbadata" - poi provò allo specchio 77 volte un "sorrisetto di metafisica nausea" - anch'esso raccomandato nel manuale -; quindi uscì e si incamminò. Stava pensando a quale aerea battuta fare all'ingresso in Galleria, quando sentì il piede destro orrendamente scivolargli in avanti. "Dio! - pensò sconvolto - fa che non sia quello che temo!" Mise una mano sulla cantonata e ruotò lentamente la suola verso l'alto: nessun dubbio. Rifiuto solido organico, deiezione biologica, immondo prodotto finale di digestione canina. Insomma, merda. Stramaledisse tutti i cani della città e le anziane signore che se ne dilettavano; poi, volgendosi assorto verso Monte S. Michele dove, sotto un cipresso, ne imputridivano romanticamente le ossa, mormorò, "Euforbio, amico di una vita, tutto prevedevi, Tu. Ma ti sfuggì l'escremento."
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