Il tesoro della Sierra Madre
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THE PLOT
Il petrolio che pullula sotto le sabbie delle sue lagune, ha reso famosa Tampico e gente di ogni genere viene qui in cerca di fortuna. Fred Dobbs è uno dei tanti. Americano, spiantato, aria randagia, gira per la città con un fagotto in mano e un cappellaccio in testa, raccattando ogni tanto un "peso" da un connazionale di passaggio. Sopra una panchina di una piazza di questa stessa città, sonnecchia Bob Curtin, americano anche lui, altro disperato. Il Destino ha deciso che le loro vite si incrocino a Tampico, Mexico, Febbraio 1925. Dobbs inciampa su un piede dello sconosciuto, si scusa, gli siede accanto, gli offre un cigaretto. Poche chiacchiere amare sul mondo e la malasorte, poi si alza e se ne va. I due si rivedono la sera, davanti ad un battello in partenza. Entrambi hanno incontrato Pat McCormik, un robusto americano dai modi spicci. Entrambi hanno accettato ciò che offre: lavoro nel cantiere di un campo petrolifero. Sollevare e inchiodare travi a quaranta gradi di temperatura non è tra le cose più attraenti al mondo; ma la paga è buona; e tanta la speranza di cambiare vita. Dopo qualche settimana, i due, divenuti ormai amici, rientrano in città, dove il losco McCormik riesce a giocargli il brutto tiro di eclissarsi senza pagarli. Coi soldi rimastigli, vanno allora a passare la notte in un lurido dormitorio, dove ascoltano incantati i racconti di Howard, un vecchio cercatore d'oro che parla di un favoloso giacimento sepolto sotto le rocce della Sierra Madre. I due si addormentano tra topi e pulci, sognando smaglianti ricchezze. L'indomani, mentre sono intenti in chiacchiere oziose, scorgono McCormik passeggiare in compagnia di una giovane donna. Entrati in un bar per chiarirsi, la discussione degenera in rissa, al termine della quale le paghe vengono recuperate. Pesti ma euforici, Fred e Bob si rammentano del vecchietto e dei suoi racconti, e, sembrandogli quello il modo giusto di investire i loro quattrini, lo vanno a cercare. Senza un attimo di esitazione, Howard accetta di venire a cercare l'oro. Ma servono armi, attrezzi, equipaggiamento: il vecchio ha i soldi necessari, mentre i magri capitali dei due non bastano a coprire le rispettive quote di partecipazione. Pare che tutto debba sfumare, quando compare un ragazzetto messicano che, raggiante, annuncia a Dobbs che il biglietto della lotteria da lui comprato settimane prima, è quello vincente: l'impresa può cominciare. Un treno si inerpica verso la Sierra Madre orientale: il vecchio è il più euforico di tutti: consulta carte, programma il lavoro, ne spiega i trucchi. Improvvisamente, una banda di messicani assalta il convoglio: la presenza di civili armati a rinforzo dei federales di scorta fa battere in ritirata i banditi. Il viaggio riprende. Giunti al piccolo villaggio di La Perla e comprati asini e provviste, i nostri cominciano a salire verso le montagne. Ben presto l'avventura rivela ai due principianti il suo lato più brutto: la fatica è bestiale, il terreno difficile, l'acqua poca, il caldo infernale. La loro inesperienza si rivela lampante quando, convinti di aver scoperto una vena d'oro a fior di terreno esplodono in urla giubilanti. Howard spegne sarcasticamente i loro entusiasmi: ciò che essi hanno trovato non è oro, bensì pirite, l'"oro degli sciocchi". Riprende la salita, si attraversa la boscaglia fittissima di una vallata, ci si apre la strada a colpi di machete, si sale ancora verso un certo punto che solo Howard conosce. Ed ecco apparire una aguzza cima. È il posto giusto. È qui che il sudore versato verrà ricompensato. Le tonnellate di terra cavate dalle viscere di quel gigante di roccia, giudiziosamente pulite dentro il canale di lavaggio, cominciano a regalare ciò che i tre sognavano, una sabbia giallastra, anonima, strana, all'apparenza insignificante, l'oro.
– Quanto renderà? – chiede Fred, eccitato– Venti once alla tonnellata – risponde Howard.
Passa il tempo, e una notte, sotto la tenda, si pesa quanto si è già estratto; dopo qualche discussione, si decide che, ogni giorno, si dividerà in tre parti uguali, perché ciascuno sia responsabile soltanto della sua parte. Il vecchio maneggia disinvolto una bilancina di fortuna. Alla vista della polvere che scivola dentro i sacchetti gli occhi di Dobbs sfavillano. La vena è ricca e grassa, una benedizione; gira ogni tanto nel verso giusto, la Fortuna! Bacia tre disgraziati. Ma ficcare il naso dentro le montagne presenta i suoi incerti: mentre Fred piccona furiosamente in galleria, la volta cede e un trave lo tramortisce malamente. Bob, a rischio della sua vita, entra nella galleria e lo porta in salvo. – Ti devo la vita, amico.
– Non ci pensare.
Il tesoro aumenta, e, con esso, crescono fatalmente i suoi frutti avvelenati: sospetto, cupidigia, ostilità. Una notte, dopo cena, mentre, fra i bagliori del bivacco e il crepitare della legna, i tre fantasticano su cosa fare dei rispettivi gruzzoli, nasce una discussione sul limite da mettere alle loro ambizioni. La parte di ciascuno ammonta oramai a ben 25.000 $; Curtin e Howard non sarebbero contrari a smettere; ma non Dobbs,
– Perché non 50.000? o 75.000?
– Non vedo perché ingozzarci come porci, commenta Curtin.
La risposta, mal interpretata, suscita l'ira di Dobbs. La calma del compagno e la saggezza di Howard fanno sì che l'incidente finisca là. Ma qualcosa sembra essersi incrinato nel rapporto tra i tre. Un tarlo sembra, da questo momento, cominciare a rodere il cervello di Dobbs: l'idea fissa che gli altri due stiano tramando per impossessarsi della sua parte.
Molte settimane in montagna sono ormai passate, e fagioli, farina e petrolio e tutto quanto occorre, sono ormai agli sgoccioli: Dobbs si prepara a scendere a La Perla per far provviste. Ma è cupo, stizzoso, alterato; sempre più spesso lo si sente parlare da solo; ad Howard, che è andato da lui, dice che non vuole scendere in paese, non si fida, teme un complotto. A pochi passi da lì, intanto, Curtin ha visto un lucertolone velenoso nascondersi sotto un masso, e, preso un tronco, tenta di rovesciare la pietra per ucciderlo. Il caso vuole che proprio là stia nascosto l'oro di Dobbs, che, pistola alla mano, sorprende l'amico e lo accusa di volerlo derubare. A nulla servono le spiegazioni. Dopo attimi concitati, la situazione si sblocca, Howard rovescia la pietra, la lucertola c'è, Curtin non mentiva.
Sceso lui al villaggio, Bob incontra, all'emporio, un altro americano, un certo Cody, che prende con insistenza ad interrogarlo sulla ragione del suo stare su quelle montagne,
– Che mestiere fate?
– Sono cacciatore.
– E che cosa cacciate?
– Oh...gattopardi...tutto quanto commerciabile.
Mentre i due parlano, risuona secca una scarica di fucileria: due bandoleros sono stati giustiziati dai Federales. Nonostante gli accorti tentativi di depistarlo, Cody segue Curtin da lontano, e, a tarda sera, mentre i tre cenano davanti al fuoco, si materializza nelle tenebre. Dobbs vorrebbe subito cacciarlo in malo modo, ma Howard lo invita alla calma. Il nuovo arrivato, che si intende d'oro, si propone come socio e spiega che, comunque, resterà su quei monti. La situazione si fa tesa, il timore è che, una volta scacciato, egli vada a denunciarli alle autorità per sfruttamento illecito di una miniera. Significherebbe perdere in un sol colpo il lavoro di mesi. Lo sconosciuto viene invitato a passare la notte vicino al fuoco, mentre fra i tre si fa strada l'idea di eliminarlo. L'indomani, dopo averne ancora discusso, la decisione viene presa: gli spareranno in tre, simultaneamente, così da non far ricadere su nessuno in particolare la responsabilità. Howard sembra esitare, ma alla fine segue gli altri. Sennonché mentre i tre, con le pistole in pugno, si dirigono verso il bordo del costone roccioso dove sta l'intruso, ecco che questi si gira, sorride ironico, indica giù, invita a guardare il pendio: una sinistra fila indiana di uomini, asini e cavalli risale le pendici della montagna. Sono banditi. È una sventura! È gente capace di uccidere per un paio di scarpe. La tensione sale a mille; si conviene che è meglio battersi. Si smonta in tutta fretta l'accampamento, si portano tutti i beni al sicuro. Cody è salvo: ora è molto più utile da vivo che da morto. I quattro si appostano dietro le rocce. Aspettano. Ecco infine i predoni comparire: il loro capo affetta cordialità, propone di fare affari: nulla sanno di oro o di miniere; sono le armi, che vogliono. Al no secco di Dobbs, si scatena la battaglia. Il fuoco preciso degli americani fa battere in ritirata i fuorilegge che, dopo alcuni assalti, avvistato nella pianura uno squadrone di Federales sulle loro tracce, abbandonano la presa. Il pericolo è scampato: l'oro è salvo, la vita pure; ma non per Cody, che è morto. Da una lettera trovatagli addosso, si scopre che è sposato e una donna lo aspetta: le frasi con cui essa invita il suo compagno a chiudere con quella vita randagia, sono struggenti. Si decide che, appena possibile, qualcuno la avviserà dell'accaduto.
Smontato l'accampamento e chiusa la miniera, i tre si mettono in viaggio per Durango. I preziosi sacchetti pieni di polvere, vengono appesi ai basti degli asini e nascosti sotto pelli di animali. Dieci mesi di soggiorno sulla Sierra hanno fruttato 35.000 dollari a testa; una signora cifra.
Ma le avventure, sotto quel nitido cielo, non sono ancora finite. Una notte, mentre si bivacca attorno al fuoco, dalle tenebre spuntano le sagome di quattro Indios. Intuendo che non hanno intenzioni ostili, Howard li invita a sedersi e a fumare insieme. Dopo un lungo silenzio, uno di loro si alza e spiega con tono ossequioso il perché della loro venuta: il suo piccolo bambino è caduto nell'acqua gelida: è stato salvato, respira, ma non rinviene. Forse gli stranieri sanno come fare per farlo svegliare. Howard decide di andare a dare un'occhiata. Il bambino è steso su una stuoia, esanime, pare morto. Dopo lunghi tentativi, finalmente riapre gli occhi e il nostro, tra l'ammirazione dei peones, può lasciare il villaggio. Il viaggio riprende, ma non per molto: i campesinos tornano a cavallo e pretendono che il "Dottore" li segua. Vuole infatti la loro Tradizione che, se non si vogliono sciagure più gravi di quella scampata, ci si debba sempre sdebitare a sufficienza con un benefattore. Howard fa buon viso a cattivo gioco e, affidata la sua parte di oro ai compagni, ancora una volta segue gli indios. L'accordo è che ci si ritrovi tutti a Durango, di lì ad una settimana, per vendere e spartire. I due giovani riprendono il cammino sull'altopiano, ma ben presto la mente di Dobbs comincia nuovamente ad oscurarsi. Non gli va giù di dover badare anche agli asini e alle cose del vecchio; rinfaccia al compagno di aver proposto lui quella soluzione; alza la voce, inveisce. L'altro abbozza, mantiene la calma, ha capito che l'amico non è più completamente in sé,
– Non vedo perché alzare la voce...abbiamo cominciato in pace, finiamo in pace.
Cala la notte, si accende il fuoco, i due sono seduti, chiacchierano; improvvisamente Dobbs prende a ridere da solo. All'amico che, stupito, chiede di sapere, risponde secco e sgarbato: come fa ad essere così sciocco? Non capisce? non si va affatto a Durango; no, per niente, si punta a Nord...Al diavolo il vecchio Howard! Non si dividerà più per tre ma per due...La fortuna passa una sola volta nella vita...
Curtin è sbalordito, osserva che non si può essere così sleali; poi il suo volto si indurisce, dice che non permetterà che tutto questo avvenga. Ma l'altro, replica sprezzante,
– E stacca il disco! qua, in questa solitudine sembri anche più scemo...
Insinua che anche lui, che fa tanto il moralista, ha in mente l'idea di prendersi tutto,
– So bene chi sei tu, ti leggo in fondo io, sai! è un pezzo che ho i miei sospetti su di te...
Bob si irrigidisce, fa per alzarsi; Dobbs estrae la pistola, ma l'altro, con un balzo, lo getta a terra e lo disarma,
– Hai torto marcio, Dobbs, non ho mai neppure lontanamente pensato di derubarti o di nuocerti in alcun modo...
Gli occhi di Fred brillano gelidi e maligni, sa bene che il suo compagno non è tipo da uccidere a sangue freddo. Lo guarda con un ghigno infernale e lo sfida: perderà, fra di loro, chi si addormenterà per primo.
Al mattino riprende la marcia in direzione della ferrovia. Spaventosa è la forza del sonno su chi per troppo tempo se ne priva; grande, almeno, quanto quella della fame. Curtin è esausto, barcolla, mentre l'altro sembra dotato di una vitalità inesauribile, demoniaca. Ci si ferma per la notte, ancora un bivacco: il fuoco illumina una boscaglia scheletrica; gli occhi spiritati di Dobbs fissano il compagno che, dopo disperati tentativi di non addormentarsi, crolla. Lui gli è subito addosso, lo disarma, lo spinge verso un luogo oscuro e con gelida calma, gli spara. Quindi torna al bivacco e, come nulla fosse, si addormenta.
La mattina dopo torna sul posto: vuol far sparire il cadavere; ma non lo trova. Sono attimi di angoscia: non sa spiegarsi cosa possa essere avvenuto. Poi si calma, ragiona, si rasserena: ma certo! nessun mistero! Quella savana pullula di giaguari; ecco la soluzione! Il corpo sarà ora tra le fauci di una robusta bestiola...
– Tutto sistemato!
Rinfrancato, l'assassino riprende la marcia. È oramai convinto di essersi impossessato della fortuna dei suoi due compagni. Ma non andrà così.
Curtin, infatti, non è per nulla morto. Soltanto ferito, è riuscito, strisciando per un'intera notte, a raggiungere il villaggio indio dove è stato soccorso da Howard e dai peones. Di buon ora, l'indomani, i due americani con la scorta di alcuni indios, si mettono sulle tracce del traditore.
Fradicio di sudore e polvere, sfinito, assetato, questi è giunto, intanto, nei pressi di La Perla, vicino alla ferrovia. Trovata una pozza d'acqua, col suo tristo cappellaccio in testa, vi si lascia cadere. Ad un tratto, riflesso sulla superficie torbida, gli appare il volto torvo di un bandolero. Si gira di scatto: sono tre, gli stessi dell'assalto al treno e della sparatoria sulla Sierra; tre canaglie sbandate, tre relitti del branco di jene messo in fuga dai Federales. Dopo poche parole equivoche frammiste a cupidi sguardi sui beni dello straniero, essi rivelano le loro intenzioni. Dobbs estrae la pistola, spara, ma il percussore picchia a vuoto: è scarica. Scoppia una risata oscena. Poi uno colpisce con un sasso, un altro col machete. Rovistato il carico, e scoperti i sacchetti, pensando di trovarsi di fronte a sabbia con cui l'americano voleva frodare sul peso delle pelli, i predoni, infuriati, li lacerano, buttando al vento il tesoro. Raggiungono quindi il paese, dove, mentre tentano goffamente di vendere il bottino, vengono riconosciuti, imprigionati e consegnati ai Federales, che, con i soliti metodi spicci, li passano per le armi. In quel momento, arrivano in paese Howard e Curtin, che apprendono dal Jefe che il loro compagno è stato ucciso, i responsabili puniti e i loro averi ritrovati. Essi si precipitano a controllare, ma nell'ufficio del Sindaco trovano solo le pelli. Stanno per disperarsi, quando, a restituirgli la fiducia, è un piccolo messicano: spiega di aver udito i banditi parlare di certi sacchetti di sabbia da loro gettati via nei pressi delle rovine del vecchio convento. Col cuore in gola, corrono a vedere ma trovano soltanto poveri involucri di juta tagliati a colpi di machete. In quel momento un vento fortissimo spira in direzione della Sierra. Tra la polvere, sul viso di Howard si disegna una smorfia pensosa che, in breve, si trasforma in una fragorosa, interminabile risata. Dopo un attimo di smarrimento, anche Curtin e i Peones prendono a ridere senza freno. Quello che accade è unico: per uno strano, spiritoso incastro del Destino, l'oro è tornato da dove era venuto.
Il tesoro della Sierra Madre
Travelling through a film
Anno scolastico 2006-07
Travelling through a film
Anno scolastico 2006-07
Liceo Scientifico Statale LeonBattista Alberti
Cagliari
Classe 4I
Gruppo di studio di Storia del Cinema
Alunni:
Veronica Bandu
Simone Carta
Valerio Salis
Alice Sotgiu
Fabio Calledda
Simona Pietosi
Fabio Contu
Luca Contu
Docenti:
Cinzia Canè
Gigi Monello
Esterni:
Dott. Roberto Pisano
(anestesista/algologo)
Tore Ximenes
(musicologo)
Ideato e prodotto da
Gigi Monello
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